''Sulla mia pelle'' il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi

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"Sulla mia pelle": in 400 per la proiezione al Bruno. Ilaria Cucchi: "Sono con voi"

"Quel che il film vuole dire è che non meriti di morire così, morto ammazzato, anche se sei il peggiore".

Stefano è interpretato da Alessandro Borghi, che in una videointervista pubblicata da Netflix racconta i motivi che lo hanno spinto ad accettare la parte, l'utilizzo delle fonti, la sua preparazione, l'esigenza di "restituire verità a quest'uomo" e molto altro. Devo pertanto confessare tutto il mio dispiacere e la mia amarezza per il fatto che tutto questo sia stato cancellato in un batter d'occhio da Facebook. Luca (Elio Germano) è un giornalista accorso a Genova dopo la morte di Carlo Giuliani, Anselmo (Renato Scarpa) è in piazza a manifestare con il SPI CGIL, Alma (Jennifer Ulrich) fa parte del movimento anarchico tedesco ed è stata testimone del massacro, Max (Claudio Santamaria) è un vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma che si rifiuta di ordinare una carica contro i Black Bloc: personaggi inventati, ma credibili che convergono in un ritratto corale di una ferita ancora aperta nella Storia italiana contemporanea. Quanto ha contato e pesato questo aspetto? Ciononostante, vari testimoni hanno affermato che il ragazzo sia stato picchiato dagli agenti della polizia penitenziaria.

Chi è per lei Stefano Cucchi?

"È uno dei pensieri fissi delle mie giornate e il film è una buona occasione per contribuire a far sì che episodi come questo non accadano mai più".

Poi si va a ritroso per raccontare tutto quello che è successo nei sette giorni precedenti la morte. Cremonini ribadisce nel film che il cosiddetto "sistema" è fatto di singoli individui: piccoli ma fondamentali tasselli, frammenti di un puzzle più grande che non possono permettersi di trasformarsi in schegge impazzite. Lo stile adottato è quasi documentaristico, senza retorica, senza perbenismo vengono esposti i fatti in nome dell'oggettività, ed è proprio quello che colpisce di più come un pugno nello stomaco: la cruda verità, dalla quale non riusciamo a rimanere indifferenti. Un punto di riferimento per tanti "ultimi" e per coloro che difronte a un sopruso non sanno come reagire. Di qui una scelta stilistica che rivela senza gridare l'orrore inferto al suo corpo, una serie di quadri in cui appare il volto sofferente dell'attore, l'impossibilità della vittima di muoversi, il catetere per evitare un blocco renale, le frasi smozzicate che riesce a profferire, il rifiuto del cibo, il sospetto che trasferisce anche a medici e infermieri che continuano a parlare, con rare eccezioni, di "una caduta dalle scale" per giustificare lo stato del paziente carcerato. Un atteggiamento "di pura difesa e conservazione dello status quo", una presa di posizione "sbagliata e anche autolesionistica: sono pronto a scommettere che in molti, nonostante l'uscita simultanea su Netflix, sarebbero stati felici di vederlo al cinema". Una trasformazione non solo fisica, ma necessariamente emotiva: "la cosa più importante per me era non fare un'imitazione di Stefano e non lasciarmi sopraffare dalla rabbia".

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