Clima, a rischio estinzione metà delle specie animali e vegetali

Il panda è una delle specie a rischio oltre ad essere il simbolo dell'Ong ambientalista

Il panda è una delle specie a rischio oltre ad essere il simbolo dell'Ong ambientalista

A fine secolo potremmo assistere all'estinzione di alcune specie in Amazzonia, nelle Isole Galapagos e nel Mediterraneo. È uno dei risultati più allarmanti del nuovo studio pubblicato oggi sulla rivista Climatic Change e realizzato da esperti dell'Università dell'East Anglia, della James Cook University e dal WWF. Pubblicata a pochi giorni dall'evento globale Earth Hour, movimento globale per l'ambiente in programma il prossimo 24 marzo, la ricerca ha esaminato l'impatto dei cambiamenti climatici su circa 80.000 specie di piante e animali in 35 delle aree tra le più ricche di biodiversità sul pianeta. E soprattutto, sottolinea il rapporto, anche rimanendo entro il limite di 2°C posto dall'Accordo sul clima di Parigi, perderemmo il 25% delle specie che popolano le aree chiave per la biodiversità. Nel Madagascar il 60% di tutte le specie sarebbe a rischio di estinzione locale. Senza un taglio alle emissioni di gas serra, con il termometro che salirebbe di 4,5 gradi, sparirebbe invece metà della biodiversità. Nello scenario nel quale le emissioni non verranno tagliate, quello più negativo, si stima che il clima diverrà intollerabile per il 90% degli anfibi, l'86% degli uccelli, l'80% dei mammiferi, che l'Amazzonia potrebbe perdere il 69% delle sue specie vegetali e che l'89% degli anfibi si estinguerebbero a livello locale nell'Australia Sud-occidentale.

"Il Mediterraneo è tra le Aree Prioritarie per la biodiversità più esposte ai cambiamenti climatici: l'innalzamento delle temperature probabilmente supererà la variabilità naturale del passato, rendendo questa zona del pianeta un hotspot dell'impatto climatico". In quest'area, dove si prevedono estati sempre più calde, gli stress da calore per i sistemi naturali e il cambiamento medio delle precipitazioni (con siccità in ogni stagione) sono destinati a sconvolgere gli ecosistemi. Nello scenario più ottimistico, e cioè con un aumento di 2 gradi della temperatura globale, il 25% delle specie sarebbe comunque in pericolo. La maggior parte delle piante, anfibi e rettili (come orchidee, rane e lucertole), infatti, non hanno capacita' di spostarsi abbastanza velocemente per stare al passo con questi cambiamenti climatici.

"Quella che oggi siamo chiamati ad affrontare è una vera emergenza planetaria". E lo stesso potrebbe avvenire in altri paradisi di biodiversità come Amazzonia o Galapagos.

Sono vulnerabili agli impatti climatici sia i cetacei (ad esempio, temperatura e salinità dell'acqua marina influiscono sulla distribuzione dell'unico cibo della balenottera comune nel Mediterraneo: il krill) che grandi migratori pelagici come i tonni (dato che variazioni della temperatura dell'acqua impattano sulla funzione cardiaca, sull'attività di deposizione delle uova e sulla crescita larvale), ma anche squali e razze: le fluttuazioni del clima possono disturbare la struttura delle comunità influenzando la crescita e la riproduzione (in quanto sono animali dai bassi tassi riproduttivi). Tuttavia, se il riscaldamento globale si limitasse a 2°C rispetto ai livelli preindustriali, questo rischio si ridurrebbe al 25%. "Non abbiamo esplorato cosa accadrebbe con un limite inferiore a 1,5 C, ma ci si aspetta che potrebbe proteggere ancora piu' biodiversita'".

Nel complesso, la ricerca mostra che il modo migliore per scongiurare la perdita di specie è mantenere l'aumento globale delle temperature il più basso possibile. L'Accordo di Parigi si impegna a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto di 2 C, cercando di tenersi entro 1,5 C, il che aumenterebbe le possibilita' di sopravvivenza di molte specie selvatiche.

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