C'era una volta il Brasile e il calcio bailado

C'era una volta il Brasile e il calcio bailado

C'era una volta il Brasile e il calcio bailado

Quando si parla di calcio non si può non pensare al Brasile. Questo Paese è l'emblema e l'essenza di questo sport. Ma, come ogni storia che si rispetti, c'è un inizio ed una fine. I Mondiali di casa del 2014, con quel 7-1 tremendo con la Germania e i 3 gol presi nella finale per il terzo posto dall'Olanda, è sembrato il punto più basso mai toccato dalla Nazionale verdeoro. Ma non è stato affatto così. La recente eliminazione nella Copa America è stata il segnale di un declino, una decadenza descritta tappa dopo tappa da uno studio infografico di Sports Bwin.

Le cause sono davvero moltissime e difficili da analizzare. Non ci si può basare solo sulle assenze, tra cui quelle fondamentali della stella Neymar, di Marcelo e di Thiago Silva. Perù, Haiti ed Ecuador sono avversarie assolutamente battibili. E non ci si può appigliare al gol di mano nella partita decisiva contro la selezione allenata da Gareca. In questa competizione lo spettacolo offerto da Hulk e compagni ha veramente rasentato la mediocrità. Dunga, che ha pagato, come è normale che sia, con l'esonero non può essere l'unico responsabile e non deve assolutamente essere utilizzato come il capro espiatorio se si vuole ritrovare il bandolo della matassa. Anche perché le Olimpiadi di Rio de Janeiro sono sempre più vicine. E un'altra pessima figura casalinga non è davvero tollerabile.

È lecito parlare di un cambiamento generazionale non ancora totalmente avvenuto? Probabilmente sì. D'altronde, se l'ultimo mondiale vinto risale al 2002, qualcosa deve essersi inceppato. L'ultimo trionfo è stato nel 2007, ossia la Copa America giocatasi in Venezuela. Parliamo di quasi dieci anni fa. È davvero troppo tempo per chi è sempre stato abituato a vincere e rappresenta la culla del fenomeno calcio. I risultati sono stati pessimi ed è per questo che diventa difficile soffermarsi sui singoli.

È ovvio che non ci sono più i Ronaldo, i Rivaldo, i Kakà e i Ronaldinho. Però, usando una tipica frase fatta, si gioca e si vince in 11. E quindi si può dire che il Brasile abbia avuto evidenti problemi di collettivo, di costruzione di un gruppo, di un gioco e di una vera e propria identità. Sarebbe anche troppo semplice soffermarsi sul fatto che, dal 2008 in poi, nessun brasiliano ha vinto il Pallone d'Oro

È il segnale che, tra le strade di periferia e le favelas, crescono meno ragazzi con i piedi d'oro, il talento e la classe che ha sempre contraddistinto questa scuola calcistica. O, probabilmente, questi ci sono ed hanno difficoltà ad esplodere?

Complicato rispondere. Sicuramente qualcosa nel sistema è venuto a mancare, come si legge in un’interessante editoriale di RadioGoal24.it. Qualche ingrediente dalla ricetta vincente è stato cambiato o levato del tutto. A volte, quando si vede il Brasile giocare, non si vede più quella spensieratezza, quell'estro, quella fantasia, quell'istinto e quella sana dose di irrazionalità che l'hanno sempre contraddistinto. È come se sia cercato di incastrare il tutto in una sorta di dettami tattici puramente europei. Che sia anche qua il problema? Chissà. Non va assolutamente dimenticato che stiamo parlando di un Paese al vero e proprio collasso economico e sociale. E, a volte, il calcio è sempre più specchio della società.

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